STEFANO CUCCHI, CONDANNE, ASSOLUZIONI E DEPISTAGGI

Giu 21, 2026 | Costume e Società, Cronaca, Giustizia, Informazione, Roma, Sanità, Sicurezza, Sociale, Varie | 0 commenti

Depositate le motivazioni della sentenza relativa al filone sui depistaggi seguiti alla morte di Stefano Cucchi.

La Cassazione scrive che i Carabinieri hanno ricorso al falso, per coprire responsabilità’.

La vicenda di Stefano Cucchi è una delle più importanti e controverse della storia italiana. Ha sollevato interrogativi sul rapporto tra cittadini e forze dell’ordine, sulla tutela dei diritti dei detenuti e sui meccanismi di accertamento della verità giudiziaria.

Nell’articolo vediamo come si è conclusa la vicenda giudiziaria, e ripercorriamo i fatti salienti di questa triste storia, che ha visto protagonisti negativi i militari dell’Arma, ma risolta positivamente grazie ad altri militari de “La Benemerita”.

Tante prescrizioni (anche tra i medici), poche assoluzioni, due condannati. Una famiglia che ha potuto comunque alla fine, secondo le loro parole, ottenere giustizia.

 

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Ilaria Cucchi durante un’udienza del processo – Foto: senza crediti, probabile ANSA, LaPresse o AGF

 

Nelle novanta pagine redatte, i Giudici certificano l’esistenza di un’operazione di occultamento di quanto era accaduto a Stefano, nei sette giorni in cui fu in stato di arresto, allo scopo di proteggere gli appartenenti al “Gruppo Roma” dell’Arma dei Carabinieri.

Scrive la V Sezione Penale della Cassazione: “Le sentenze hanno ritenuto che la condotta di falso fosse finalizzata a coprire le eventuali, possibili, responsabilità dei Carabinieri appartenenti al ‘Gruppo Roma’ nella morte di Stefano Cucchi”.

Definite le posizioni del Generale Alessandro Casarsa, di Luciano Soligo e di Francesco Cavallo, per i quali è stata confermata l’intervenuta prescrizione dei reati.

Significativamente cambiata la posizione del Colonnello Lorenzo Sabatino, con l’assoluzione dell’ufficiale e l’annullamento della condanna a 1 anno e 3 mesi inflitta in secondo grado: non sono emersi elementi che provino il dolo, ovvero che il Colonnello fosse consapevole nella falsificazione degli atti.

Nel 2022 la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la responsabilità dei Carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, condannandoli a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale.

La Cassazione ha stabilito che il pestaggio fu causalmente collegato alla morte di Stefano Cucchi.

 

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Ilaria Cucchi alla Corte d’Appello di Roma, 31 ottobre 2014. Foto: Angelo Carconi / ANSA.

 

 

I DEPISTAGGI ACCERTATI

I magistrati hanno riconosciuto che la “catena di comando” si adoperò per impedire che le condizioni fisiche di Cucchi venissero messe in relazione a quanto avvenuto tra l’arresto e il collocamento in camera di sicurezza.

Vi fu la precisa volontà di evitare che emergessero eventuali responsabilità degli operatori in servizio presso le articolazioni del Gruppo Roma, all’epoca diretto dal Generale Alessandro Casarsa.

Le annotazioni di servizio sono divenute elemento centrale dell’istruttoria. La Cassazione evidenzia come queste siano state redatte con “caratteristiche sostanzialmente identiche”, allo scopo di rendere indistinguibili le versioni e a nascondere le modifiche ai testi originali, ritenute “compromettenti”.

 

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Murale a Roma, dedicato a Stefano Cucchi di Alice Pasquini e altri autori

 

LA STORIA

Cucchi era un geometra romano di 31 anni. Il 15 ottobre 2009 fu arrestato a Roma per possesso e cessione di sostanze stupefacenti. Durante la custodia cautelare le sue condizioni fisiche peggiorarono drasticamente e una settimana dopo, il 22 ottobre, morì nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma.

Le fotografie, diffuse dalla famiglia dopo la morte, suscitando un enorme impatto sull’opinione pubblica: mostravano un corpo dimagrito in modo anomalo e con tremendi segni di lesioni.

Diverse ipotesi sulle cause del decesso: problemi sanitari, mancata assistenza medica, conseguenze delle sue condizioni fisiche e possibili violenze subite durante la custodia. I processi iniziali portarono a numerose assoluzioni e a ricostruzioni contrastanti.

Chi era il responsabile delle lesioni riportate da Cucchi? La vicenda divenne simbolo delle difficoltà nell’accertare abusi se commessi da appartenenti alle forze dell’ordine.

La svolta arrivò anni dopo, quando uno dei carabinieri presenti quella notte, Francesco Tedesco, collaborò con i magistrati e indicò i colleghi responsabili del pestaggio.

Tedesco ha raccontato “le botte” date a Stefano Cucchi in caserma e ha confermato le accuse in Tribunale. Ha iniziato il suo interrogatorio con queste parole: “Chiedo scusa alla famiglia Cucchi”.

 

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Francesco Tedesco durante la deposizione davanti alla Corte d’Assise di Roma. Foto: ANSA

 

Il violento trattamento è scattato dopo uno scontro verbale con Alessio Di Bernardo, seguito al rifiuto di farsi prendere le impronte al foto segnalamento:

“Cucchi cadde all’indietro battendo la testa a terra, io sentii il rumore e fu raggiunto da un calcio al gluteo, all’altezza dell’ano dal carabiniere Raffaele D’Alessandro che lo colpì con la punta della scarpa. Sempre D’Alessandro diede a Cucchi un calcio in faccia o sulla testa”. “Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete. Aiutai Cucchi ad alzarsi, gli chiesi come stesse, mi rispose che stava bene. ‘Io sono un pugile’, mi disse. Ma si vedeva che era intontito”.

Il superteste ha detto di aver avuto paura a denunciare. Tanto più che il Maresciallo Roberto Mandorlini gli avrebbe detto: “Se vuoi continuare a fare il carabiniere, devi continuare a seguire la linea dell’Arma”.

 

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Ricostruzione dell’interrogatorio di Stefano Cucchi – Foto: ANSA

 

Ilaria Cucchi ha commentato: “Dopo dieci anni di menzogne e depistaggi in quest’Aula è entrata la verità raccontata dalla viva voce di chi era presente quel giorno”.

Un altro protagonista dell’abbattimento del muro di omertà, fu l’appuntato dei Carabinieri Riccardo Casamassima, che fece emergere informazioni decisive per la riapertura delle indagini:

“Ho parlato con l’avvocato Fabio Anselmo, difensore della famiglia Cucchi a distanza di anni dal fatto, per paura di ritorsioni” ha dichiarato il militare. Per poi descrivere una lunga serie di procedimenti disciplinari subiti: “sono 15, cominciati tutti dopo la testimonianza”, oltre a raccontare dei tre trasferimenti non voluti. “Ho perso tutto: indennità e straordinari. Sono minimo 400 euro al mese. Mi hanno voluto punire”, ha dichiarato.

 

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La mamma di Stefano e alle sue spalle il Carabiniere Casamassima al Processo – Foto: ANSA

 

Ha proseguito Casamassima: “mi hanno messo in ufficio dove non facevo nulla. Mi tenevano sei ore fermo. Era imbarazzante. Lo scrissi sui social e venni contattato dalla ministra della Difesa Trenta, che incontrai”.

Oggi Casamassima si trova alla Scuola Allievi Carabinieri di Roma e la sua situazione, sarebbe “radicalmente cambiata”, secondo il suo avvocato. Nel gennaio 2026 è arrivato anche l’avanzamento al grado di appuntato scelto con qualifica speciale, ma il suo legale ha precisato che non si tratterebbe di una “promozione” straordinaria, quanto di uno scatto di carriera arrivato con molti anni di ritardo.

 

LA VICENDA DEI MEDICI DEL PERTINI

Anche questo ramo processuale della vicenda Cucchi, come quella per gli indagati “superiori” dei due Carabinieri condannati, non si è conclusa con condanne definitive.

I sanitari furono accusati di omicidio colposo, cioè di non aver curato adeguatamente Stefano Cucchi durante il ricovero. Il processo ebbe un percorso molto tortuoso: in primo grado ci furono condanne, poi assoluzioni in appello, poi annullamenti della Cassazione e nuovi processi.

Per quattro sanitari (Aldo Fierro, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite, Silvia Di Carlo) videro dichiarata la prescrizione del reato di omicidio colposo, mentre Stefania Corbi fu assolta “per non aver commesso il fatto”; anche la posizione di Rosita Caponnetti era già stata chiusa con assoluzione definitiva.

 

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Ilaria Cucchi durante una delle udienze del processo per la morte di Stefano Cucchi. Credito fotografico da verificare (ANSA o LaPresse)

 

PAROLE CHE HANNO FATTO MALE QUANTO LE BOTTE

Agghiacciante quello che emerse dalle indagini. Ad esempio la frase pronunciata da Vincenzo Nicolardi, all’epoca appuntato scelto dei Carabinieri della stazione Appia, mentre si discuteva delle condizioni di Stefano e del trasporto in ospedale: «Magari morisse, li mortacci sua».

Oppure il dialogo di Raffaele D’Alessandro e la sua ex moglie Anna Carino, durante una telefonata registrata dalla Polizia, Squadra Mobile di Roma. La donna gli rinfaccia di aver raccontato ad altri del pestaggio: «Hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda».

Alcune dichiarazioni di personaggi pubblici sul caso di Stefano Cucchi, rilette oggi fanno molta rabbia:

«Se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze» – Gianni Tonelli

«Difficile pensare che sia stato pestato» – Matteo Salvini

«È evidente che Ilaria Cucchi sta sfruttando la tragedia del fratello» – Carlo Giovanardi

 

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“Sulla mia pelle” (2018), regia di Alessio Cremonini. Foto © Lucky Red / Netflix

 

 

CONCLUSIONI

Quello che divenne “Il caso Cucchi” è un simbolo nazionale perché ha toccato temi sensibili: l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine, i diritti delle persone detenute, la trasparenza delle indagini, il rischio di depistaggi istituzionali, il ruolo dei familiari nella ricerca della verità.

Ilaria Cucchi ha trasformato il dolore personale in una battaglia pubblica per la verità e la giustizia: attraverso apparizioni televisive, interviste su numerosi giornali e riviste, interventi in accesi dibattiti, manifestazioni e incontri in tutta Italia, ha tenuto viva l’attenzione sul caso, denunciando omissioni e depistaggi e contribuendo a rendere il fratello, e la sua morte, un simbolo dei diritti dei detenuti e della richiesta di responsabilità da parte delle Istituzioni.

 

di Luca Pezzotti, Redazione di InfoLazio24

 

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Jorit Agoch mentre realizza il murale dedicato a Ilaria Cucchi nel quartiere Arenella di Napoli – COSMOPOLITAN

 


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FONTE: RomaToday – La Repubblica – SkyTG24 – Corriere della Sera – Il Fatto Quotidiano – istorica.it

FOTO DI COPERTINA: Archivio famiglia Cucchi


 

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