Di Luca Pezzotti, Redazione di InfoLazio24
Era il 22 settembre 1944, la Linea Gotica era caduta il giorno prima, Riccione era stata liberata.
Leese, Clark e Alexander, i tre generali che guidavano le truppe alleate, volevano festeggiare. Si cercò qualcuno che potesse preparare il pasto della vittoria.
Renato Gualandi, cuoco bolognese di 23 anni, ebbe in dote per il suo prestigioso compito, quello che c’era in quel frangente fatale: razioni militari americane. Bacon, uova in polvere, latte in polvere, formaggio fuso.
Gualandi deve aver pensato, forse chiosando qualche amico romano “E mo, co sta robba, che ce faccio”?
Improvvisò, e riuscì a creare una ricetta cremosa, ricca, che fonde sapori semplici ed ingredienti dal mondo animale, su una pasta di grano dalle origini cinesi, divenuta arte nelle mani italiane. Diversa da qualsiasi altra ricetta mai realizzata.
I generali la assaggiarono, ed immaginiamo che tra loro corsero sguardi di assenso, che ci furono parole che decretarono senza alcun dubbio un successo. Forse qualcuno pensò che quel giorno così importante era stato incorniciato con un dono semplice eppur memorabile.
Che oltre a quella vittoria, netta seppur sofferta, qualcos’altro si preparava ad entrare nella storia.
Ma rimane un quesito: perché carbonara?
Gualandi lo spiegò anni dopo: la spolverata di pepe nero macinato grosso, sopra la pasta, gli ricordò la polvere di carbone. Niente a che fare con i “carbonari”, o la brace, niente minatori. Solo pepe, sparso grossolano su una pasta improvvisata per celebrare una battaglia, e un traguardo di guerra che si sentiva esser decisivo.
Quel cuoco cucinò poi per Enzo Ferrari, Charles de Gaulle, Brigitte Bardot. Mise in piedi ristoranti blasonati a Bologna, diventò l’unico chef italiano a ricevere il commendatorato della cucina francese, il più alto riconoscimento che la Francia “concede” a un cuoco straniero.
Un bolognese, inventore di uno dei piatti simbolo di Roma, con ingredienti americani, in una città romagnola, per tre generali stranieri, mentre la guerra infuriava ma la speranza che finisse faceva un salto oltre uno degli ultimi confini.
La carbonara «romana», con guanciale, pecorino e uova sbattute, arrivò molto dopo. È probabilmente migliore dell’originale ma non è l’originale.
Una cosa lega le due ricette, ed è il pepe, l’ingrediente che gli diede il nome.
Forse il grande cuoco sapeva che finita la guerra, e tornati gli americani in patria con gli ingredienti adatti ad una gavetta militare, si sarebbe dovuto ricostruire, oltre al mondo intero, anche quel piatto. E si sarebbe salvata solo la pioggia finale di carbone nero, un saporito coriandolo pieno d’aroma, che anch’esso, a concluder questo magico cerchio, viene da lontano, dall’India, da una zona chiamata Malabar. Un nome da favola, per una storia vera, ma da favola.
FOTO: carbonara: sicucina.it – pepe nero: mamasili.com








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